L’estate 2024 verrà ricordata, oltre che per il gran caldo, anche per un tema altrettanto “caldo” riportato in auge da alcuni politici della maggioranza: lo ius scholae. Vediamo di che si tratta.
Secondo l’Istat sono circa un milione i minori che in Italia sono arrivati piccolissimi o ci sono nati da genitori stranieri, hanno completato il ciclo di istruzione scolastica e si identificano, per cultura e modus vivendi, con gli italiani. Parlano italiano come madrelingua e vivono esattamente come noi con una differenza: non sono cittadini italiani e non è previsto un premio per il loro impegno scolastico.
Il Ministro Tajani, a margine di una conferenza estiva, si è espresso positivamente affinché la maggioranza modifichi la normativa che regola l’accesso alla cittadinanza italiana: la legge 91/1992. La stessa, infatti, non prevede una possibilità data a chi in Italia ha studiato e si identifica con la nostra lingua e valori.
Lo ius scholae è presente nei dibattiti da molti anni. Prima veniva chiamato ius culturae ma la sostanza è la stessa. Dare la possibilità a chi ha completato gli studi in Italia di diventare cittadino italiano senza troppe difficoltà. Il dibattito sullo ius scholae è attivo almeno dal 2022, riportato in discussione dal Movimento cinque stelle. A sorpresa anche la maggioranza di governo si è detta favorevole.
Cosa prevede lo ius scholae? Prevede la possibilità di ottenere la cittadinanza italiana su base volontaria grazie a domanda fatta da chi fa le veci del minore (genitori o altri parenti in assenza di questi) a chi, entrato in Italia prima dei 12 anni, abbia completato almeno un ciclo di studio tra scuola primaria e secondaria.
Questa modifica alla legge 91/1992 risolverebbe il problema di molti minori senza minimamente incidere sui flussi migratori. Stiamo infatti parlando di minori già presenti sul territorio e quasi sempre figli di genitori ampiamente integrati.
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